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Il C 130J della 46a Aerobrigata dell’Aeronautica Militare caduto a Pisa il 23 novembre scorso provocando la morte dei cinque occupanti, con ogni probabilità stava compiendo un decollo alle “massime prestazioni”, la prima di una serie di manovre previste in una missione di addestramento di due piloti alle particolari procedure di decollo e atterraggio in uso nel teatro afghano. Fra le ipotesi avanzate pochi giorni dopo l’incidente c’è quella di un intervento del sistema di “stall recovery” dell’aeroplano, che allo scadere della velocità fa automaticamente abbassare il muso. Dopo il decollo - flap completamente abbassati, distacco un po’ prima della velocità di rotazione e decisa traiettoria di salita seguita secondo la procedura da una virata per disimpegnare rapidamente l’area aeroportuale in presenza di possibili minacce contraeree -, il C 130J, complice forse anche una raffica di vento, sarebbe improvvisamente diventato incontrollabile (”non lo tengo più, non lo tengo più!” avrebbe esclamato il pilota ai comandi), peggiorando le sue condizioni di stallo, inclinandosi di lato e precipitando al suolo. Gli organi dell’Aeronautica Militare preposti alla sicurezza del volo stanno decodificando i “data recorder” dell’aereo. Solo dopo la raccolta e l’analisi dei dati si potrà procedere a una effettiva disamina delle possibili cause dell’incidente, che da parte sua il ministro della Difesa Igniazio La Russa al suo arrivo a Pisa ha fatto rientrare nel novero dei rischi connessi alla partecipazione del nostro Paese alle operazioni militari in Afghanistan.
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