La paura fa 447

di Giuseppe Braga

Il mistero del volo AirFrance 447, oltre a tutti gli interrogativi che ancora lascia senza risposta, ne ha uno che invece riguarda il terreno più terrestre che ci sia sulla terra. I giornalisti. Le due cose sono collegate. Se può cadere il volo perfetto (aereo bellissimo e nuovo, compagnia importante, tratta conosciuta e momento del volo, la crociera, in cui la casistica di incidenti è ai minimi) la gente, che già non fa i salti di gioia a prendere l’aereo, adesso morirà definitivamente di paura. Paura che può essere curata (anche se forse non guarita) con l’informazione; e soprattutto con la cura di collocarla nel contesto complessivo in cui l’aviazione si muove. E’ vero, quando cade un aereo ne muoiono duecento alla volta, ma su due miliardi di passeggeri le vittime all’anno sono settecento. In Italia ci sono settemila morti all’anno solo in auto…

 

Invece, giorno dopo giorno, trovo sui quotidiani terrorizzanti bollettini da Triangolo delle Bermude. Recito, spizzicando qua e là, un bailamme che rende questo mistero un’apocalisse gestita dal demonio: bomba di terroristi, fulmine (sic), serie di piccole esplosioni (sic!), malore dell’equipaggio (tutto insieme), depressurizzazione (piantata così, parola spaventosa…), guasto elettrico totale, irrecuperabile e casuale, perdita dei motori (con caduta verticale immediata tipo wilcoyote nel canyon), perdita della coda (cfr. lucertole), incendio (ipotesi meno demenziale ma non motivata), velocità eccessiva (una cosa da autovelox: quindi senza indicare che in volo la velocità è relativa non al suolo ma a che cosa ti viene incontro, come masse d’aria molto veloci, per esempio…) temporali tropicali con forte turbolenza.

Quest’ultimo è il dato da indagare, anche se da solo, come ciascuno degli altri citati, non basta a far cadere un aereo moderno, ma i fattori di rischio che si tira dietro sono da non trascurare. Questa mattina, mentre i primi corpi e alcuni pezzi dell’Airvbus vengono avvistati, trapela una nuova notizia: Air France dichiara che i temporali c’erano ma non erano forti e intanto raccomanda (politicamente) la sostituzione delle sonde anemometriche che trasmettono i rilevameti della velocità.

 

Io, veramente, avevo visto una cartina meteo abbastanza impegnativa. Celle multiple, aerea vasta, forte instabilità. L’Airbus avrebbe volato per 12 minuti in un’area di 125 km di severa turbolenza e di fenomeni temporaleschi con possibilità di ingestione di acqua e formazioni di ghiaccio sulla struttura.

Tutti gli allarmi ricevuti a terra dal sistema ACARS, di cui i giornali hanno dato notizia, in assenza di altri indizi possono per ora essere letti come cause ma anche come effetti di altri problemi o situazioni. Rimane senza perché anche il silenzio dell’equipaggio, a fronte di 14 messaggi automatici in 4 minuti. Viene da pensare a un evento improvviso, devastante. Un blocco di ghiaccio che centra il muso dell’aereo come una cannonata? E’ così improbabile? Solo gli ufo, il diavolo e il caso sono esclusi.

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di bruna | 14 Giugno 2009 13:49

La tesi del blocco di ghiaccio è convincente, molto di piĂą di quella dell’errata velocitĂ . Mi chiedo comunque come mai, in 12 minuti di attraversamento di un simile temporale, 3 esperti piloti non abbiano lanciato un segnale di aiuto alla torre di controllo o la stessa torre di controllo (se non stavano giocando a carte…) non abbia indicato una modifica della rotta per uscire velocemente dalla turbolenza tanto atipica.
Purtroppo questa tesi fa anche preupporre che i passeggeri abbiano avuto il tempo d rendersi conto di cosa stava accadendo (e questa è la parte che piace meno), che le maschere siano cadute automaticamente e che l’aereo sia precipitato per assenza di piloti che lo governavano.
Continua invece a non convincermi la teoria della disintegrazione in volo che si basa sul ritrovamento di corpi senza vestiti indosso, mentre è logico ipotizzarla per il raggio di chilometri in cui erano sparpagliati, rottami compresi.



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